Chi va in moto lo ha sentito dire almeno una volta: dove guardi, vai. Si fissa il palo, il guardrail o l’auto che sta svoltando, e la traiettoria ci finisce contro. Lo sguardo resta bloccato sul pericolo e le mani lo seguono. Il fenomeno ha un nome, target fixation, e non riguarda solo i motociclisti: vale per chiunque guidi, e diventa drammatico quando l’«ostacolo» fissato è un ciclista che si sta superando.
In questo articolo vediamo da dove nasce, perché in emergenza è così difficile contrastarlo, quanto poco basta perché un sorpasso diventi un urto e come se ne tiene conto, con prudenza, nella ricostruzione di un incidente.

Gli occhi guidano le mani
Guidare è un compito visuo-motorio: lo sguardo anticipa la traiettoria e il gesto sullo sterzo la segue. Gli studi sul comportamento visivo alla guida lo mostrano da tempo. In curva il conducente tende a fissare il punto di tangenza interno, e da quella direzione ricava l’informazione per regolare lo sterzo (Land e Lee, 1994). In compiti di slalom, chi guida tiene gli occhi sulla porta più vicina fino a circa un secondo e mezzo prima di raggiungerla, poi li sposta sulla successiva; se lo sguardo viene vincolato, la precisione della traiettoria peggiora (Wilkie, Wann e Allison, 2008).
L’esperimento più vicino al target fixation è quello di Readinger e colleghi (2002): ai conducenti veniva chiesto di guardare un punto spostato lateralmente rispetto alla strada, e la vettura tendeva a derivare verso il lato guardato, già con eccentricità dello sguardo di pochi gradi. In altre parole, non serve voler sterzare verso un oggetto: basta guardarlo con insistenza perché la traiettoria vi si avvicini.
Perché in emergenza è così difficile evitarlo
In una situazione normale lo sguardo si muove di continuo tra la strada lontana, quella vicina, gli specchi e ciò che succede ai lati. Davanti a un pericolo improvviso l’attenzione si restringe sull’elemento che lo rappresenta: è una reazione istintiva, utile per valutare la minaccia, ma che riduce l’uso della visione periferica e lascia lo sguardo «agganciato» all’ostacolo. Se in quel momento serve una manovra evasiva, il conducente dovrebbe guardare lo spazio libero verso cui andare; invece continua a fissare proprio il punto da evitare, e la correzione, quando arriva, è insufficiente o addirittura orientata verso l’ostacolo.
È per questo che nei corsi di guida sicura, in auto e in moto, si insiste tanto sullo sguardo: la reazione corretta non è naturale, va allenata finché diventa automatica.
Il caso più grave: il sorpasso di un ciclista
Quando l’ostacolo è un ciclista, il meccanismo si presenta in modo subdolo. Il conducente lo vede per tempo, si concentra su di lui mentre si prepara a superarlo e, invece di allargare, si avvicina. Non c’è una sterzata brusca: basta una deriva minima, che il conducente non percepisce perché sta guardando proprio il ciclista e non la propria traiettoria.
Un esempio numerico aiuta a capire quanto poco serva. I valori sono illustrativi, non riferiti a un caso specifico.
Ipotesi: auto a 70 km/h (v = 19,4 m/s), ciclista a 25 km/h, distanza laterale iniziale di 1,5 m.
- Velocità relativa: vrel = 70 − 25 = 45 km/h = 12,5 m/s.
- Deriva laterale: se l’auto si avvicina al ciclista con una velocità laterale di appena vy = 0,5 m/s, l’angolo tra la sua direzione e l’asse della strada è θ = arctan(vy / v) = arctan(0,5 / 19,4) ≈ 1,5°: un angolo di sterzo impercettibile.
- Tempo per annullare il margine: t = 1,5 m / 0,5 m/s = 3 s, durante i quali l’auto percorre 19,4 · 3 ≈ 58 m e guadagna sul ciclista 12,5 · 3 ≈ 37 m.
- Tempo di reazione: anche accorgendosi dell’errore, servono circa 1–1,5 s per percepire e correggere. In quell’intervallo, con la stessa deriva, si perdono altri 0,5–0,75 m di distanza laterale.
Tre secondi e un grado e mezzo di deviazione bastano ad azzerare il metro e mezzo richiesto dal Codice. Il ciclista, inoltre, non procede su una linea perfetta: oscilla di qualche decina di centimetri, soprattutto in salita, con vento laterale o su un fondo irregolare. È proprio per questo che la norma parla di distanziamento adeguato alla «ridotta stabilità dei velocipedi».
| Deriva laterale vy | Angolo a 70 km/h | Tempo per perdere 1,5 m | Spazio percorso dall’auto |
|---|---|---|---|
| 0,25 m/s | ≈ 0,7° | 6,0 s | ≈ 116 m |
| 0,50 m/s | ≈ 1,5° | 3,0 s | ≈ 58 m |
| 1,00 m/s | ≈ 3,0° | 1,5 s | ≈ 29 m |
Nella ricostruzione: un’ipotesi da dimostrare, non una conclusione
Nella ricostruzione degli incidenti il target fixation è un’ipotesi da considerare quando manca una manovra evasiva pur in presenza di visibilità e tempi sufficienti, oppure quando la correzione documentata porta il veicolo verso l’ostacolo invece che lontano da esso. Ma resta un’ipotesi: lo sguardo del conducente non lascia tracce, e non si può attribuire a un meccanismo percettivo ciò che i dati non mostrano.
Per sostenerla occorre che gli elementi oggettivi siano coerenti tra loro:
- Tracce e punto d’urto: la traiettoria ricostruita, dalle tracce sull’asfalto, dai detriti e dalla posizione dell’urto, deve mostrare una convergenza progressiva verso l’ostacolo e non uno spostamento improvviso.
- Deformazioni e direzione della forza: la zona d’impatto e la direzione principale della forza (PDOF) devono essere compatibili con un veicolo che si avvicina lateralmente con un piccolo angolo, non con una sterzata o una frenata energica.
- Tempi e visibilità: bisogna verificare che l’ostacolo fosse visibile con sufficiente anticipo, confrontando la distanza di avvistamento con lo spazio percorso nel tempo di percezione e reazione (tipicamente 1–1,5 s).
- Dati oggettivi di guida: quando disponibili, i dati dell’EDR (angolo di sterzo, pedale del freno e dell’acceleratore nei secondi precedenti l’urto) e le riprese video sono gli elementi più forti per distinguere un’assenza di reazione da una correzione sbagliata.
- Simulazione: con un software di simulazione dinamica come PC-Crash si verifica se la traiettoria ipotizzata è fisicamente compatibile con le tracce, le posizioni finali e le deformazioni rilevate.
Infine vanno escluse, o almeno valutate, le spiegazioni alternative: distrazione, uso del telefono, colpo di sonno, abbagliamento, malore, errata valutazione della distanza, raffiche di vento, manovre improvvise del ciclista. Solo quando il quadro è coerente il target fixation può essere indicato come la spiegazione più plausibile della dinamica, e sempre come tale, non come certezza.
Cosa fare: tre consigli per chi guida
- Guardate lo spazio libero dove volete andare, non l’ostacolo. Gli occhi indicano la strada alle mani. Durante un sorpasso tenete lo sguardo sulla corsia libera davanti a voi e controllate il ciclista con la visione periferica e con brevi occhiate.
- Rallentate presto e superate solo con spazio sufficiente. Quando vedete un ciclista riducete la velocità con anticipo e superatelo solo quando potete lasciargli almeno 1,5 metri di distanza laterale, come prevede il Codice ove le condizioni della strada lo consentano. Se lo spazio non c’è, aspettate: pochi secondi dietro un ciclista non cambiano il vostro viaggio.
- Fate un corso di guida sicura. La reazione corretta, cioè guardare la via di fuga e non il pericolo, non è istintiva. Va provata in sicurezza finché diventa automatica: in emergenza non si improvvisa.
Cosa dice la legge
- Art. 148, c. 9-bis CdS: il sorpasso dei velocipedi da parte dei veicoli a motore va effettuato con adeguato distanziamento laterale, in funzione della velocità e dell’ingombro del veicolo, tenendo conto della ridotta stabilità dei velocipedi e mantenendo, ove le condizioni della strada lo consentano, una distanza di sicurezza di almeno 1,5 metri. La violazione è punita con la sanzione da 167 a 665 euro.
- Art. 141 CdS: il conducente deve regolare la velocità e conservare sempre il controllo del veicolo, per poter compiere in sicurezza tutte le manovre necessarie.
Conclusioni
Il target fixation spiega perché, a volte, si finisce proprio contro ciò che si stava cercando di evitare. È un meccanismo umano, e proprio per questo si può contrastare: con l’allenamento, con la velocità adeguata e con un margine laterale che lasci spazio all’errore, nostro o del ciclista. Nella ricostruzione di un incidente è un’ipotesi seria, ma va dimostrata con tracce, tempi e visibilità, non presunta.
Riferimenti
- Land M. F., Lee D. N. (1994). Where we look when we steer. Nature, 369, 742–744.
- Readinger W. O., Chatziastros A., Cunningham D. W., Bülthoff H. H., Cutting J. E. (2002). Gaze-eccentricity effects on road position and steering. Journal of Experimental Psychology: Applied, 8(4), 247–258.
- Wilkie R. M., Wann J. P., Allison R. S. (2008). Active gaze, visual look-ahead, and locomotor control. Journal of Experimental Psychology: Human Perception and Performance, 34(5), 1150–1164.
Ing. Mattia Facchini – Ricostruzione cinematica di sinistri stradali, consulenze tecniche di parte e controperizie.
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